Come dimagrire eliminando un solo alimento dalla tua tavola

UNA NOTIZIA SHOCKANTE

 

“I problemi di peso e di salute delle persone non sono dovuti né ai grassi, né agli zuccheri, né al fatto che la civiltà informatica, con la sua eccessiva sedentarietà, abbia sostituito il salubre stile di vita agreste. Il problema, secondo me, è il grano”.

Questo è l’incipit del bestseller del cardiologo americano William Davis, “La dieta zero grano”.

E questa è la notizia più sconvolgente che abbia mai sentito in tema di alimentazione.

Ma ci pensate? Il grano! L’ingrediente con cui facciamo il pane e la pasta!

Questa notizia detta a noi italiani che siamo il Paese del pane e della pasta è un vero e proprio colpo al cuore. E lo è nel vero senso della parola. Infatti secondo le ricerche e gli studi del professor Loren Cordain, Ph.D., insegnante presso la Colorado State University, nel Dipartimento Salute e Scienze Motorie, il grano sembra essere cardio-tossico!

Ma non si tratta solo di cuore.

Nel libro di William Davis, “La dieta zero grano”, si riporta infatti che in “uno studio recente condotto dal dottor Westman, 84 diabetici obesi hanno seguito una rigida dieta povera di carboidrati e senza grano. Dopo sei mesi, il girovita che è un indicatore del grasso viscerale è diminuito in media di oltre 12 centimetri e il peso è sceso di 11 chili! Non solo: il 95 per cento dei partecipanti ha potuto ridurre i farmaci antidiabete, e audite, audite: il 25 per cento ha potuto addirittura interrompere le cure compresa l’insulina”.

Semplicemente eliminando il grano.

La notizia è davvero shockante.

E non è finita.

David Perlmutter, con “La dieta intelligente”, denuncia con determinazione che i carboidrati possono distruggere il cervello! L’autore ci spiega che “anche i cosiddetti carboidrati sani, come i cereali integrali, possono causare demenza, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, epilessia, ansia, mal di testa cronici, depressione, calo della libido e molti altri mali.(…)”

Inoltre punta i riflettori sul vero colpevole di tutte le malattie degenerative, ovvero l’infiammazione, che può essere scatenata dai carboidrati, soprattutto da quelli che contengono glutine o un elevato livello di zucchero.

Ma come è possibile che questa cosa accade ai nostri giorni, quando per millenni la farina di grano è stato il cibo alla base dell’alimentazione dei popoli?

 

FACCIAMO UN PASSO INDIETRO NEL TEMPO

La nascita dell’agricoltura risale a circa diecimila anni fa. Trovò la sua origine nell’area della Mesopotamia, dall’addomesticamento di piante selvatiche. Dopo attenta osservazione e ripetute prove, l’uomo si accorse che poteva cibarsi non solo dei frutti degli alberi, raccogliendoli così come spontaneamente crescevano, ma poteva anche coltivare il terreno e selezionare le specie di piante.

La pratica dell’agricoltura segnò per l’uomo il passaggio dal semplice sfruttamento delle risorse naturali (caccia, pesca, raccolta di frutti) alla produzione diretta del cibo per la sua sopravvivenza. Praticando l’agricoltura, l’uomo abbandonò il nomadismo e cominciò a modificare l’ambiente: sistemazione del suolo con livellamento o terrazzamenti, preparazione del terreno per la semina, opere di bonifica di zone paludose e irrigazione di zone aride.

Jared Diamond, professore di Geografia e Fisiologia alla UCLA (Università della California di Los Angeles) e autore del libro vincitore del premio Pulitzer “Armi, acciaio e malattie”, sostiene che “l’adozione dell’agricoltura, in teoria il nostro passo più decisivo in direzione di una vita migliore, è stata da molti punti di vista una catastrofe da cui non ci siamo mai ripresi”.

Il professor Diamond argomenta che, in base a quanto abbiamo appreso dalla moderna paleopatologia, il passaggio dai gruppi di cacciatori-raccoglitori alle società agricole fu accompagnato da una riduzione della statura, da una rapida diffusione di malattie infettive come la tubercolosi e la peste bubbonica, e da una strutturazione rigida della società in classi sociali (dai contadini al sovrano), oltre ad aver posto le basi per le discriminazioni di genere.

Nei suoi libri “Paleopathology at the Origins of Agriculture” (Paleopatologia alle origini dell’agricoltura) e “Health and the Rise of Civilization” (La salute e l’ascesa della civiltà), l’antropologo Mark Cohen, dell’Università dello Stato di New York, sostiene che, benché l’agricoltura abbia apportato un surplus alimentare ha anche fatto sì che le persone lavorassero di più e più duramente.

Il che comportò una riduzione delle fonti di cibo passando dalla grande varietà di piante che venivano raccolte in precedenza alle poche che potevano essere coltivate. Si diffusero, inoltre, una serie di malattie fino a quel momento sconosciute. “Io credo che la maggior parte dei cacciatori-raccoglitori abbiano scelto di non coltivare finché non sono stati costretti a farlo e, nel momento in cui sono passati all’agricoltura, abbiano barattato la qualità per la quantità” scrive l’antropologo.

La concezione moderna della vita dei cacciatori-raccoglitori – una vita breve, violenta, disperata e con una cattiva alimentazione – potrebbe essere sbagliata.

L’adozione dell’agricoltura, secondo questo filone di pensiero, può essere vista come un compromesso in cui convenienza, evoluzione sociale e abbondanza di cibo furono acquistate al prezzo della salute umana.

La nostra epoca ha portato questa situazione all’estremo. Ma come è successo?

 

NON C’E’ PIU’ IL GRANO DI UNA VOLTA

Come dice il dott. Willian Davis nel suo libro: “Il grano, più di qualunque altro alimento (compresi lo zucchero, i grassi e il sale) è l’elemento base dell’alimentazione attuale”.

Pensiamoci un attimo. Che cosa sarebbe un pranzo come si deve senza la pasta, un sugo senza scarpetta, una colazione senza biscotti, una birra senza salatini, una torta di mele senza pasta frolla?

Se ci guardiamo intorno, siamo praticamente circondati.

Basta entrare in un supermercato e rendersi conto dell’invasione del grano!

Metri di scaffali dedicati a pane di tutti i tipi: pane bianco, pane integrale, pane multicereale, pane ai sette cereali, pane di segale, pane di segale integrale, pane lievitato naturalmente, baguette, grissini, pane d’avena, pane ai semi di lino, pita, panini al latte, rosette, pane per hamburger e pane per tramezzini.

E poi gli scaffali degli snack, con decine di marche di cracker e ventisette tipi di taralli, il pan grattato, i crostini, le friselle, e così via. Senza contare il banco del panettiere e gli altri scaffali dedicati ai prodotti per la colazione.

Poi c’è lei, la regina degli alimenti a base di grano: la pasta! Spaghetti, bucatini, lasagne, penne, rigatoni, conchiglie, pasta integrale, pasta verde, pasta all’uovo e chi più ne ha più ne metta!

Il grano è sostanzialmente ovunque ed è il cereale più consumato sul nostro pianeta.

Ma allora com’è stato possibile che questa innocua pianta che ha nutrito generazioni e generazioni di esseri umani si sia improvvisamente rivoltata contro di noi?

Quello che non tutti sanno, dice sempre William Davis, “non è lo stesso grano con cui i nostri antenati impastavano il loro pane quotidiano. Il grano ovviamente ha avuto un’evoluzione modesta nel corso dei secoli, ma è cambiato drasticamente negli ultimi cinquant’anni, sotto la spinta dei nuovi scienziati agronomi. Il grano ha subito processi di ibridazione, di incrocio e di «introgressione» che avevano l’obiettivo di renderlo più resistente alle condizioni ambientali (come la siccità) o agli agenti patogeni (come i funghi). Ma, soprattutto, le mutazioni genetiche hanno puntato a incrementarne la resa per ettaro. Ad esempio, il raccolto medio di un’azienda agricola dell’America del Nord è più che decuplicato rispetto a quello di un secolo fa. Una tale crescita produttiva è stata resa possibile da cambiamenti genetici consistenti, fra cui la trasformazione delle belle spighe dorate che ondeggiavano al vento dei tempi andati nelle produttive varietà di grano nano di oggi, rigide e alte mezzo metro. Queste trasformazioni, purtroppo hanno avuto un prezzo. (…)”

L’idea che un alimento così fondamentale e profondamente radicato nell’esperienza umana possa farci male è, per così dire, destabilizzante e contraria a una cultura secolare che vede nel grano e nel pane la base dell’alimentazione.

Ma il pane di oggi non assomiglia più alle pagnotte che sfornavano i nostri antenati e il grano attuale non è che un’eco sbiadita del grano che fu.

Dall’epoca delle spighe selvatiche che raccoglievano i primi esseri umani, il grano è esploso in più di 25.000 varietà, di fatto tutte riconducibili all’intervento umano. (…)

Il passaggio dalla raccolta delle spighe selvatiche alla coltivazione fu un cambiamento decisivo, che influenzò i loro comportamenti migratori e stimolò la produzione di utensili e lo sviluppo del linguaggio e della cultura.

Questo momento segnò l’inizio di un’economia basata sull’agricoltura e su insediamenti a lungo termine: fu un momento cruciale nella storia della civiltà umana. (…)

Per la maggior parte dei dieci millenni in cui il grano ha occupato un posto d’onore nelle grotte, nelle capanne, nelle case di mattoni e sulle tavole degli uomini, quello che all’inizio era il semplice piccolo farro selvatico si evolvette poi nel farro medio (detto anche emmer, o farro dicocco) e infine nel Triticum aestivum, modificandosi gradualmente e a singhiozzo.

Il grano del Diciassettesimo secolo era uguale al grano del diciottesimo, che a sua volta era lo stesso del diciannovesimo e della prima metà del ventesimo. (…)

Nel Diciannovesimo secolo e nella prima parte del ventesimo, come del resto nei secoli precedenti, il grano ha subito pochi cambiamenti. La farina che adoperava mia nonna nel 1940 per fare i suoi celebri muffin alla panna acida non era molto diversa dalla farina utilizzata dalla sua bisnonna sessant’anni fa o, parimenti, dalla farina di una sua antenata di duecento anni prima.

La macinazione del grano è diventata sempre più meccanizzata nel Ventesimo secolo, fornendo farina più fine in grandi quantità, ma la sua composizione non era granché differente.

Questa situazione è cambiata repentinamente nella seconda metà del Ventesimo secolo, quando un mutamento radicale nelle tecniche di ibridazione trasformò significativamente il grano. Ciò che oggi viene chiamato grano è stato modificato non dall’ambiente o dalle malattie ma da un intervento diretto dell’uomo.

Di conseguenza, il grano ha subito più interventi di Michael Jackson, è stato allungato, cucito, tagliato e riattaccato ed è diventato una cosa completamente nuova, quasi irriconoscibile rispetto al grano delle origini, di cui tuttavia continua a portare il nome.

Per rispondere alle esigenze della moderna produzione commerciale, il grano è stato modificato in modo da incrementarne la produttività e ridurne i costi. Durante questo processo, non ci si è praticamente mai domandati se le sue nuove caratteristiche fossero compatibili con la salute umana”.

Sempre William Davis sostiene che “da qualche parte in questo lungo percorso della storia del grano – forse cinquemila anni fa, ma più probabilmente negli ultimi cinquant’anni –, il grano è cambiato. Il risultato è che una pagnotta, un biscotto o la focaccia di oggi sono diversi da ciò che sarebbero stati millenni fa, e perfino da quelli che facevano le nostre nonne. Anche se hanno lo stesso aspetto, anche se il sapore è più o meno identico, ci sono alcune differenze biochimiche rilevanti. Piccoli cambiamenti nella struttura proteica del grano possono produrre una differenza enorme nel nostro organismo: la stessa differenza che passa tra l’innescare una risposta immunitaria devastante e non l’innescarla affatto. (…)”

La strana svista che è stata commessa durante l’ondata di incroci condotta dal CIMMYT fu quella di non fare alcun test di sicurezza per verificare che le nuove varietà di grano, così pesantemente modificate dal punto di vista genetico, non avessero alcun impatto nocivo sulla salute di uomini e animali.

L’intenzione di aumentare la resa del grano era così risoluta, la certezza dei genetisti che l’ibridazione non avrebbe avuto effetti negativi sulla salute era così assoluta e la necessità di ridurre la fame nel mondo era così urgente che il grano uscito da questi esperimenti fu messo sul mercato alimentare senza che ci si preoccupasse minimamente dei possibili rischi legati al suo consumo.

Dal momento che l’ibridazione e gli incroci fornivano piante che erano essenzialmente “grano”, fu semplicemente dato per scontato che le nuove varietà sarebbero state perfettamente tollerate dai consumatori.

Gli agronomi, in effetti, sorridevano all’idea che l’ibridazione generasse piante nocive per la salute umana. Dopotutto, la tecnica dell’ibridazione era stata utilizzata per secoli – seppure in forma più rozza – per le piante, gli animali e perfino per gli esseri umani.

Se si uniscono due varietà di pomodoro quello che si ottiene è ancora un pomodoro, no? Quindi dov’è il problema?

La questione della salute umana o animale non venne mai sollevata.

Nel caso del grano fu analogamente dato per scontato che le trasformazioni del contenuto di glutine e della struttura molecolare, le modificazioni di enzimi e proteine, o delle qualità che rendono una pianta più soggetta o più resistente a certe malattie, non avrebbero creato alcun problema agli esseri umani.

Ma evidentemente a giudicare dall’esplosione di intolleranza al grano per non parlare della celiachia, non è stato così.

 

PROVARE PER CREDERE

Mi rendo conto che può sembrare assurdo e so anche come ci si sente appena si scopre questo fatto, perché è esattamente quello che è successo a me. Una sorta di incredulità e sgomento.

La notizia è che il cereale più diffuso al mondo è l’alimento più dannoso per la nostra salute.

Se ti trovi ad avere sempre la pancia gonfia, se cerchi senza successo di strizzarti dentro i pantaloni dell’anno scorso, se continui a dire al tuo medico che mangi veramente poco e comunque sei sovrappeso e hai la pressione e il colesterolo alti, allora prendi in considerazione l’ipotesi di dire addio al grano.

Eliminato il grano, sparirà anche il problema.

Praticamente è semplicissimo! Basta escludere un solo alimento, il grano, e iniziare a dimagrire.

Quando io appresi questa shockante verità l’unica cosa che potevo fare era quella di provare.

E poiché ho la fortuna di avere un’indole curiosa a cui piace sperimentare ho fatto un mini test di una settimana in cui ho tassativamente escluso ogni alimento in cui fosse presente il grano.

Inizialmente provi una sensazione di completo smarrimento perché in tutto quello che ti circonda c’è il grano! Ma poi ti accorgi che esistono tantissimi cereali “alternativi” che ti permettono di non rinunciare ai farinacei che sono una componente fondamentale di una buona alimentazione.

Ho scoperto l’esistenza della farina di riso, di mais, di teff; per non parlare di cereali gustosi e facili da preparare come la quinoa, l’amaranto, il sorgo e il miglio.

Queste farine “alternative” sono sempre più diffuse anche nei supermercati e il risultato, nel gusto e nell’aspetto, non ha nulla da invidiare a quello ottenuto con la farina di grano.

Il risultato? Strabiliante!

Subitissimo, già nelle prime 48 ore si ha l’immediata sensazione di sentirti finalmente sgonfia!

E poi ci sono incredibili ed inimmaginabili effetti collaterali!

La fame e l’appetito diminuiscono, quindi mangi di meno e l’apporto calorico si riduce. La pancia si sgonfia e il peso diminuisce.

In più ti senti più energica, meno stanca e l’umore si alza.

Insomma posso proprio dire aver sperimentato una sensazione di benessere fisico a 360° che non provavo da anni!

 

E ADESSO TOCCA A TE

Adesso sai.

Adesso sai che il grano di oggi è una pianta creata in laboratorio che purtroppo non ha più nulla in comune con quello dei nostri avi.

Come dice Davis William nel suo epilogo “forse non è impossibile riprenderci da questa catastrofe chiamata «agricoltura», ma un primo passo fondamentale è quello di ammettere le trasformazioni nefaste che abbiamo imposto a questa cosa che continuiamo a chiamare grano.”

Sono ottimista. Vedo sempre più numerose le realtà di aziende agricole che hanno recuperato i semi dei grani antichi e stanno portando avanti produzioni sane come quelle di una volta.

Mi fa piacere segnalare queste 2 imprenditrici donne impegnate per una nuova agricoltura:

Manuela Vestri, in Toscana che ha aderito all’associazione dei Coltivatori Custodi affiliati alla Banca del Germoplasma. Si tratta dell’impegno concreto dell’azienda nella conservazione del seme di grano antico toscano e nella salvaguardia del patrimonio agro-alimentare mondiale. (www.agricolavestri.it)

Maria Vittoria Anedda, in provincia di Parma con la sua azienda “Eredità dal passato” è impegnata nella produzione di grani antichi come Autonomia B, Risciola, e Terminillo. (www.ereditadalpassato.it)

Sono piccoli semi che mi auguro si possano espandere sempre più al fine di recuperare la bontà della nostra cultura alimentare fatta di pane e pasta.

Nel frattempo non mi resta che augurarmi che anche tu abbia il vivo desiderio di sperimentare il “benessere senza grano”.

Il Metodo MiM® – Magre in Menopausa – è stato studiato anche tenendo conto di tutte queste considerazioni ed il mio augurio è che tu possa ritrovare prestissimo la tua splendida forma.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Davis, William – La dieta zero grano -. 2014 Mondadori Libri S.p.A., Milano

David Perlmutter – La dieta intelligente – 2015 Mondadori Libri S.p.A., Milano

Christophe Brusset – Siete pazzi a mangiarlo! – 2016 – EDIZIONI PIEMME S.p.A, Milano

 

 

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